LA SITUAZIONE ATTUALE DELL’UNIVERSITÁ SPIEGATA DA CLAUDIO MOFFA* E PAOLO BECCHI*

Strateghia2 : Professore, lei  più volte si è pronunciato contro la riforma universitaria. Qual è la situazione attuale?

Claudio Moffa : I problemi ormai ‘storici’ dell’Università italiana sono due: il primo riguarda la cosiddetta “autonomia” universitaria che risale alla riforma Berlinguer degli anni Novanta. Il secondo, l’ANVUR e i suoi astrusi criteri di valutazione tra l’assurdo umano e la ferrea logica di mercato.

 Perché l’autonomia universitaria sarebbe un male?

C.M. : Perché è la classica parola magica che nasconde la fine della vera autonomia e una mala gestione. E’ come l’ “autonomia” di Bassanini per la pubblica amministrazione, o  l’ “autonomia” della Banca d’Italia perorata da Carli, già, negli anni Settanta e che prima rese “lecita” la lettera del Ministro Andreatta a Ciampi, quel pezzo di carta che permise alla Banca Centrale di non acquistare più  le obbligazioni e titoli di stato, da cui il vero avvio del Debito pubblico. E poi, sull’onda di Tangentopoli, produsse il disastro della privatizzazione della Banca d’Italia, che a sua volta fu l’anticamera ‘psicologica’ dell’accettazione supina e senza reazioni da parte della maggioranza del parlamento, della BCE, banca non solo privata ma, in quanto incontrollabile dagli Stati dell’eurozona, anche “straniera”, come la moneta che emette, l’euro.

E il secondo problema, o deriva come lei la chiama, qual è?

C.M. : La diffusione di ogni tipo di abuso nelle Università, resa possibile appunto da una concezione così larga della cosiddetta autonomia, che al suo interno, certi disinvolti signori alla guida della macchina universitaria, estendono fino a violare norme certe ed acclarate. Faccio due esempi:  a La Sapienza di Roma Augusto Sinagra, ordinario di Scienze Politiche, stimato da qualunque persona entri in contatto professionale con lui, ma col pregio di dire chiaro e tondo quali siano le sue idee politiche – valuta positivamente, con eccezioni come ovviamente le leggi razziali, il Ventennio –  ottiene dalla Facoltà, su proposta di tutti i professori di prima fascia, il titolo di emerito. La Facoltà ha fatto la sua scelta, ma ecco che il Senato accademico pretende di metter bocca nella concessione del titolo, e ne blocca il conferimento per  ragioni politiche: Sinagra è un fascista! E’ una prassi illegittima, il Senato non ha alcun diritto sulla vicenda, la norma non lo prevede: il collega dunque si rivolge al TAR, e vince la causa. Certo Sinagra ha vinto, ma perché ha dovuto perder tempo e soldi per un atto, ripeto, dovuto in base alla normativa di Stato?

Il secondo esempio mi riguarda: si tratta di due delibere in successione del Senato accademico, a distanza di un paio di giorni l’una dall’altra. Della prima vengo a conoscenza un giorno prima del Consiglio di Facoltà che l’avrebbe dovuta trattare, e solo per la usuale correttezza di un funzionario. La delibera avrebbe leso la mia attività didattica e si basava su una maligna interpretazione di una mia mail, che traduceva in “proposta” quella che era una semplice comunicazione, senza richiesta di approvazione. Replico alla delibera via mail e con telefonate, ed ecco che esce fuori una nuova delibera, che mi da sostanzialmente  ragione, ma il tutto grazie appunto non a una rigorosa trasparenza – avrei dovuto essere informato di un documento che mi riguardava da chi lo aveva firmato e approvato – ma a una eliminazione di un documento evidentemente abusivo e falso, sostituito con un altro. Ho vinto, ma perché ho dovuto perder tempo per ottenere il dovuto, in un Ateneo che sbandiera la trasparenza come suo principio cardine?

In questi ultimi mesi si è sviluppata una lotta tra dei docenti universitari contro la Valutazione delle pubblicazioni dei ricercatori e docenti universitari gestita dall’ANVUR. Può spiegare perché, e in che consiste la protesta?

C.M. : L’ANVUR è un organismo diabolico non elettivo, ma di nomina ministeriale, che accettando supinamente parametri di valutazione del piffero, si è fatto portatore e strumento di un disegno totalitario che tende a omologare didattica e ricerca lungo binari prefissati, da loro e da chi li nomina o li fa nominare. Faccio l’esempio più evidente, le riviste  accademiche di classe A e classe B. Pazzesco, non si ragiona più per contenuti, ma per regolette prefissate da personaggi che non sono colleghi, ma burocrati della peggior specie. Come l’ex ANVUR Andrea Graziosi, un estimatore di Riccardo Pacifici, grande nemico del ‘negazionismo’. Uno può scrivere un saggetto inconsistente e da incapace, ma lo piazza – magari pagando – sulla rivista di classe A, ed è ‘vincente’ anche se è una capra. Un altro ricercatore fa un saggio bellissimo, ma – magari perché gli rode al direttore di classe A, i giovani si sa possono far paura agli anziani – è costretto a pubblicarlo su una rivista di classe B secondo l’ANVUR. E rischia di perdere: infatti oggi i commissari di concorso non godono più della vera autonomia del passato – certo talvolta inquinata da brogli, pressioni, ricatti ma questo esattamente come la corruzione dei politici, non può essere l’alibi per renderli succubi di poteri forti extra accademici – ma sono per una quota rilevante di ogni nuovo concorso, degli esecutori passivi di regole prefissate in modo presuntamente ‘neutrale’ e oggettivo. E’ Orwell nel mondo accademico, meccanismi diabolici introdotti dalla Gelmini a passati attraverso Monti e Enrico Letta a Renzi.

Ma la protesta contro l’ANVUR non cambierà questa situazione?

C.M. : Non credo. La protesta infatti sta boicottando l’ANVUR e la sua valutazione periodica – la VQR – ma solo in funzione di un altro atto dovuto da parte del governo, cioè la fine del blocco degli scatti stipendiali. Obbiettivo che condivido pienamente, anche se probabilmente già fallito, se la legge di stabilità passerà cosi come m’è anche al Senato.Il fatto è che il problema ANVUR e VQR non è, o non dovrebbe essere, dipendente solo da pur sacrosante aspettative stipendiali. È anche e soprattutto un problema politico, come ho cercato di spiegare, che investe i principi costituzionali della libertà di insegnamento, di opinione e della ricerca. La discriminazione tra riviste è stata ed è assolutamente politica. Ho ancora la lista delle riviste di classe A distribuita in una assemblea del settore disciplinare di Storia delle relazioni internazionali, nella A c’era Eurasia. Di passaggio in passaggio è scomparsa. Eppure il Consiglio scientifico ha nomi anche prestigiosi (non parlo del mio, ovviamente). La discriminazione è stata politica, dall’oggi al domani. Ma su questo tasto, della natura politica della questione ANVUR, la battaglia è ancora più difficile, di quella sanamente ‘corporativa’ della categoria. Sono i problemi posti ad esempio dai colleghi di Roars.it, che denunciano da anni le assurdità della riforma, e della prassi ANVUR e VQR. Ma non si vede in prospettiva alcuna inversione di tendenza.

E la protesta individuale, a cui lei accennava in interviste del passato?C.M. : Ne parliamo un’altra volta. Non mi va adesso. Certo sto meditando sui togati in generale, colleghi e non  colleghi, alcuni sono per me insopportabili. Certa Italia non mi piace, ma è il mio paese e senza retorica ci tengo. Al momento non so dire nulla di più.

*Intervento rilasciato da Claudio Moffa per Strateghia2.wordpress.com il 21/12/2005

Claudio Moffa Professore ordinario. Facoltà di Scienze Politiche. Università degli Studi di Teramo.

Rosaria Di Girolamo : Secondo lei quanto può essere importante una revisione della storia contemporanea e in vista di quali principi possono essere definiti i nuovi confini del mondo e della politica contemporanea? Secondo lei, gli articoli 21 e 33 può essere ancora applicato nelle Università?
Prof. Paolo Becchi : Mi pare di comprendere che si parli del revisionismo storico del quale, oggi, se ne parla un po’ meno ma che avuto momenti di notorietà su alcune tematiche. Prima quella del fascismo, in Italia, con De Felice poi, del nazional socialismo in Germania; ed infine il problema ancora più lacerante sulla questione ebraica : l’olocausto. Cosa dire su queste forme di revisionismo storico. Non sono uno storico e non sono in grado di appurare nei particolari i significati delle suddette forme di revisionismo che sono tra loro molto differenti. Quello che però mi viene da dire : è che bisognerebbe lasciare la libertà di studiarle secondo il mio modesto parere. Penso che ci possano essere posizioni diverse e che possa esistere la massima libertà di espressione del pensiero finché rimanga nell’ambito del pensiero. Se il pensiero si trasforma in questioni più grandi di incitamento contro gli ebrei deve essere punito dalle leggi. Ma se restiamo nel dibattito storico credo che debba essere lasciata la massima possibilità di espressione anche nei confronti di posizioni che sotto un profilo morale alcuni possono ritenere aberranti. Ma nel momento in cui esiste la possibilità e si rimane soltanto sul piano della libertà di espressione, credo che questa debba essere garantita anche attraverso queste forme di espressione.ʽ Non sono d’accordo con quel che tu dici ma mi batterò finché tu lo dica ʼ questa è la mia posizione. Comprendo che su certe cose c’è il tabù non se ne può parlare ma, invece, resto dell’idea che si dovrebbe lasciar parlare su tutto.

Quanto è d’aiuto la filosofia del diritto nell’ anamnesi di una legge o per comprendere l’attuale mondo della magistratura?

P. B. : Questa domanda riguarda la disciplina che insegno. È evidente che la filosofia del diritto non rientra nelle materie di diritto positivo ma fa parte delle materie culturali nell’ambito delle scuole o dei dipartimenti di giurisprudenza quelle che una volta erano le facoltà. Questo però non significa che la filosofia del diritto resti nelle nuvole. La filosofia del diritto si occupa, per esempio, di argomentazioni dei giuristi. E nel momento in cui si occupa delle argomentazioni dei giuristi studia come effettivamente e concretamente i giuristi, per esempio, elaborino le loro decisioni e sentenze. Nel motivarle, i magistrati molto spesso utilizzano degli argomenti come  l’argomento analogico, l’argomento a partire dai principi generali, l’argomento al contrario o l’argomento sistematico.

Chi ha effettuato un’analisi sistematica di come funzionano questi argomenti se non i filosofi del diritto? C’è una stretta relazione tra l’attività dei giuristi e nella fattispecie dei giudici e l’attività più teorica della filosofia del diritto. L’attività del filosofo del diritto è anche collegata all’ idea di giustizia : un conto sono le leggi esistenti, un altro conto è sapere se le leggi esistenti sono anche giuste. In quali misure esse si distaccano dall’ idea generale di giustizia? Anche questo discorso che riguarda più propriamente la giustizia e le leggi esistenti rientra nell’ attività della filosofia del diritto.

Quali sono i criteri che permettono l’accesso alla carriera universitaria. Ritiene che si possa parlare  di conflitti d’interesse nelle cariche quando un insegnante, di qualsiasi ordine e grado, ricopre ruoli anche al di fuori dell’Istituzione dove lavora?

P. B. : Ci sono stati dei cambiamenti concorsuali in ambito universitario riguardo all’accesso alla docenza. L’università italiana è morta con la riforma di Luigi Berlinguer, quando furono istituite le terne per diventare professore e le terne erano con giudizio locale. Oggi sappiamo che non esiste più questo sistema ma il grave danno al sistema universitario italiano è stato compiuto negli anni precedenti. I concorsi erano deformati. La terna funzionava così : s’incontravano cinque professori, c’erano tre posti, e si mettono d’accordo sui candidati escludendone due.

Rispetto al problema del conflitto d’interesse è possibile che un insegnate si occupi di altro nel settore pubblico ma per un incarico minimo. Come esiste anche il caso contrario, cioè che un impiegato che opera nel pubblico faccia delle docenze universitarie anche se spesso supplenze e incarichi vari non sono nemmeno retribuiti.  Il problema universitario resta nella modalità in cui sono stati fatti i concorsi. E ancora oggi bisogna domandarsi se siano stati corretti o no. I pareri della commissione sono inderogabili, ma se i candidati registrano delle anomalie hanno facoltà di far indagare la magistratura tramite ricorso al TAR. Per evitare problemi adesso ci si può spostare dal concorso locale a quello dell’idoneità a livello nazionale ma il grande danno era stato già fatto. Al tempo della riforma Berlinguer tutti si potevano presentare ma solo pochi vincevano cioè i candidati scelti dalla terna che facevano maggioranza nella commissione. Ormai le persone inserite sono diventati professori. Il danno è che nelle università non c’è possibilità di un grande ricambio generazionale.

*Intervento di Paolo Becchi per Strateghia2.wordpress.com 17/12/2005

Paolo Becchi.Professore ordinario. Facoltà di Giurisprudenza. Università degli Studi di Genova.

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. STRATEGHIA [2] ha detto:

    Università e ricerca secondo l’ ANVUR. I risultati commentati dal Direttore della Scuola Normale di Pisa di Valeria Manieri 22/02/2017
    http://www.radioradicale.it/scheda/500983/universita-e-ricerca-secondo-l-anvur-i-risultati-commentati-dal-direttore-della-scuola

    Mi piace

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