LA LAICITA’ CHE PREMIA… O AIUTERÁ A PUNIRE….?

Siamo, qui, per la Palestina e per testimoniare d’altro canto il nostro aiuto verso paesi in cui aumentano le guerre. La città di Napoli divenne arsenale storico americano, già dagli anni ’50, e luogo di sperimentazioni militari  per scopi e situazioni militari.  Ora, invece, si trova a collaborare con azioni di cooperazione  pacifiste sul versante nord africano, il vicino oriente,  a  favore dell’attentato in Turchia. In questo momento particolare della nostra storia contemporanea  ci sembra giusto ricordare l’ancora viva reticenza da parte della nostra politica internazionale rispetto al riconoscimento della Palestina come Stato.  Ulteriore motivo per il quale ci siamo incontrati , oggi , è rileggere e approfondire le fonti  e le forme del diritto internazionale quali strumenti per restituire il Diritto al Diritto. >

SANDRO FUCITO, Napoli 10 ottobre 2015.

Rosaria Di Girolamo: < Secondo lei ha ancora una validità assegnare un Premio Nobèl sulla pace dedicato alla tematica della laicità  o un vuoto strumento politico? Che significato può avere la laicità per una realtà in cui la strumentalizzazione religiosa diventa motivo per giustificare massacri e  violare i diritti umani. La laicità è secondo lei strumento di copertura per un dialogo che non c’è? >

Margherita D’Andrea (Osservatrice diritti umani) : < Sicuramente è solo ridotto a simbolo per il mondo  occidentale e gli occidentali. Per esperienza stare sul posto e vivere con quelle comunità non basta a comprendere la realtà  e la storicità di più comunità. L’assenza di volontà di non assegnare un premio ad un rappresentante di una comunità religiosa definita sarebbe troppo rischioso. Un gioco diplomatico che non sia sa fino a quanto possa durare. >

R.Di G. : < Grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande. Secondo lei ha ancora una validità assegnare un Premio Nobel sulla pace dedicato alla tematica della laicità o ancora un vuoto strumento politico? >

Nabeel Khair (Vicepresidente Europeo della comunità Palestinese) : < Lei mi ha letto nel pensiero Lei ha posto la domanda e dato la risposta Ma vorrei essere più preciso Secondo tutti i premi per la pace, la laicità, l’uguaglianza  per il diritto sono pilotati e non portano al risultato sperato. In quest’operazione è compreso anche quel Nobel per la pace dato ad Rabit, Arafat e Pérez forse per Arafat ero contento sebbene anche quello lì era per me una decisione pilotata. Perché si cerca di mascherare i veri problemi. Perché tu non puoi  assegnare un premio Nobel ad una persona come Obama che ha tenuto un discorso banale giusto perché tenuto all’Università del Cairo. Non si può dare un premio della pace a persone che parlano di pace ma in realtà applicano la guerra come è successo anche in altre vecchie occasioni. Quindi per me è un’operazione che è servita per condizionare la gente deviare il pensiero delle persone. >

R.Di G. : <  Quale condizionamento potrebbe derivarne. >

N.K. : < Intanto Obama quando lo hanno insignito di questo Premio per la Pace dopo quel discorso non ho registrato alcun ulteriore passo ha fatto Obama per la questione Palestinese. Il vero nocciolo del problema era nel Medio Oriente risolvere la questione palestinese. L’America adesso con Obama continua a vivere una situazione condizionata dalle lobbies ebraiche negli Stati Uniti guidate dallo Stato di Israele perché bisogna partire da un concetto il popolo palestinese è un popolo occupato da forze militari che gli impediscono il movimento il lavoro di entrare ed uscire Come può essere ignorato questo problema a livello mondiale È famosa la frase di Arafat quando affermò, nel 1974: <Che la pace inizia in Palestina e che la guerra scoppierà dalla Palestina in tutto il mondo> E ciò si sta verificando. Il mondo arabo adesso è in rovina perché non si è mai voluta risolvere la questione palestinese perché risolvere in parte questa questione avrebbe significato vivere con Israele in pace. Quindi il risultato di questi premi della pace iniziano e finiscono solo con la cerimonia di premiazione. >

R.Di G. : < Quindi mi viene naturale chiederLe cosa ne pensa dell’occupazione da parte della comunità ebraica della moschea di Omar in Gerusalemme. >

N.K. : < Guardi che non mi meraviglio Non mi meraviglia in che senso vado passo in Palestina e l’ultimo viaggio che ho fatto i coloni israeliani hanno tentato di entrare anche nella moschea di e loro volevano ancora una volta affermare che i palestinesi non hanno nessun diritto non solo su Gerusalemme. Stanno iniziando con Gerusalemme ma il discorso più grave è che Israele nella sua politica che nessuno vuole capire ha un solo obiettivo svuotare il territorio palestinese dai palestinesi. Quando si parla di usare termini giusti  ̔svuotare  ̔ perché loro vogliono il territorio senza popolo non c’è la fanno ancora ma se il mondo continua ad essere così silenzioso finirà ad essere così. >

R.Di G. : < Perché il mondo è così silenzioso e chi ne parla spesso ne subisce le conseguenze mi riferisco ad intellettuali giornalisti.>

N.K. : < Proverò a darle una spiegazione. Penso  che il silenzio del mondo sia dovuto al senso di colpa ancora sentito verso l’olocausto di sessanta settanta anni fa Francamente basta con questa strumentalizzazione essere ipocriti Parlare ancora dell’olocausto con migliaia di olocausti  ancora in atto che continuate ad ignorare. La verità è che a chi ha il potere piace cambiare il significato della storia a proprio piacimento. Noi dovemmo continuare a vivere quel senso di colpo con quanto attualmente succede in Siria in Iraq in Libia in Palestina Il confondere antisionismo con l’antisemitismo messaggio lanciato anche dall’ex Presidente della Repubblica italiana G. Napolitano – non ricordo in quale occasione – significa falsificare la Storia. Il sionismo è condannato dalle Nazioni Unite non da me palestinese al di là della caria che copro è un movimento razzista. Per questo il vero obiettivo è spesso ignorato. Qual è il vero obiettivo difendere questo movimento sionista Non sono pessimista essendo la speranza è l’ultima a morire noi continueremo a combattere politicamente con dibattiti convegni e manifestazioni per avere uno stato palestinese ma politicamente non è chiara cosa vogliono da noi Cosa volete che noi facciamo per liberarsi dall’occupazione militare. Quando si continua adire si vuole che si mettano d’accordo noi abbiamo rinunciato al 78% del territorio per amore della pace. Adesso la CisGiordania e Gaza che rappresenta almeno un quinto del territorio palestinesi originari Israele sta occupando di fatto il 59%. Volete dunque che arrivi da parte del popolo palestinese alla perdita anche di questa percentuale?

Cioè, 8 milioni di palestinese dovrebbero vivere nel 41% del territorio di seimila kmq? Mi piacerebbe che il mondo comprendesse che realmente il popolo palestinese è vittima esiste un occupante militare uno stato che impedisce la libertà ad un popolo e quando ci si trova di fronte a violazioni di diritti umani prigionieri insediamenti confische la costruzione del muro l’acqua questo perché Israele vuole mostrare un potere quello dell’arroganza non punibile. >

 < Secondo lei ha ancora una validità assegnare un Premio Nobel sulla pace dedicato alla tematica della laicità  o ancora un vuoto strumento politico? >

Souzan Fatayer (Responsabile comunità palestinese Campania) : < La situazione della Tunisia e l’uscita di Ben Ali è una situazione diversa rispetto a quanto successo durante la primavera araba in atri paesi mediorientali In Egitto ad esempio con l’arrivo di Morsi rappresentante del partito dei fratelli mussulmani come anche in altri paesi si assiste ad un cambiamento politico da un regime dittatoriale come quello mantenuto sino alla fine del suo mandato da Mubārak. In Tunisia la situazione è sempre stata diversa è un paese che ha vissuto dei passaggi intermedi Ad esempio volendo solo incominciare ad affrontare il problema della bigamia il diritto di famiglia è diverso sta uno stato avanzato Quindi questo premio basato sulla laicità trova giustificazione nel fatto che quello stato la Repubblica tunisina non è stata trasformata in un paese fondamentalista integralista islamico come avvenne per l’Egitto la cui dimensione è stata subito ribaltata. Morsi non è riuscito a portare avanti alcune riforme legate al sociale come la politica della salute ha aumentato un po’ il livello del salariale degli operai degli inseganti ma non è riuscito in tutto e bene Resta di fatto che per sua natura i paesi arabi hanno bisogno di una figura forte e dominante che li comandi.

In Tunisia inoltre furono importati i caratteri della rivoluzione francese  essendo stata per secoli colonia francese ha educato quella comunità in maniera diversa.>

R.Di G.: < Cosa pensa dell’occupazione da parte della comunità ebraica della moschea di Omar in Gerusalemme. >

S.F. : < È un fatto molto grave, è una provocazione da parte dei coloni israeliani che stanno aggravando la situazione. Se lo Stato israeliano realmente desiderasse una pace in medio-oriente non permettebbe ai coloni di entrare nella spianata e nella moschea, tanto meno con l’alibi dell’esistenza del loro Tempio. un falso storico come confermato dalle fonti archeologiche. La loro è stata solo una provocazione mirata ad ottenere la parte restante di Gerusalemme. Se Israele vuole la pace con i palestinesi non deve permettere questo atto di prepotenza.>

R.Di G. : < À votre avis, ont une durée de validité attribuer un Nobel de la Paix consacrée à la question de la laïcité, ou même un outil politique vide?>

A.E.G. 1 (Tunisi) : <  Le prix Nobel consacre des valeurs véhiculées principalement en Europe du Nord. A  savoir le moralisme protestant et sa vision séculaire de la société et de la pratique religieuse qui est appréciée lorsqu’elle réduite à la sphère privée et uniquement rattachée à la morale (en niant ainsi l’importance du dogme et la doctrine). La validité du Prix Nobel dépend de sa notoriété et celle-ci est le pur produit d’un ensemble complexe d’actions allant du patronage (royaume de Suède), de la communication (le prix est connu car il est reconnu et cette reconnaissance a été établie de toutes pièces), de la dotation (élément de moindre importance). Il n’y a donc aucune raison légitime pour que cette consécration revête une quelque conque universalité. N’était-ce la « protestantisation » (formule d’Hubert Védrine) des valeurs et des relations internationales, ce prix n’aurait jamais eu la place qui est la sienne.Dans le cas tunisien, l’octroi de ce prix a essentiellement, à mon avis, pour objet de prouver que les « printemps arabe » était légitime et « qu’on reconnait l’arbre à ses fruits » et la Paix à la démocratie…>

Mohamed Madhkour 2 (Tunisi) : <La spécificité du Prix Nobel de la paix par rapport aux autres prix décernés est le fait que ça soit le prix lui-même, et le message véhiculé avec, qui explicite l’apport à l’humanité de la personne, de l’entité ou encore du concept pour qui il est décerné. En l’occurrence, ce n’est pas l’apport du concept de quartet du dialogue national Tunisien qui est sujet à réflexion, mais plutôt la portée du message véhiculé avec le prix qui a été décerné.Le message ainsi véhiculé par le comité Norvégien décernant le Nobel de la paix au quartet du dialogue, composé des partenaires sociaux tunisiens (syndicat : UGTT et patronat : UTICA), de l’ordre national des avocats et de la doyenne des ligues des droits de l’homme africaines et arabes (LTDH), mérite réflexion dans un contexte mondial des plus déstabilisé. D’autant plus que l’interprétation du message diffère d’une région à une autre et d’un prisme à un autre.

D’un point de vue européen, ou disons-le, d’un point de vue “occidental”, le prix décerné au quartet du dialogue, est compris comme étant une consécration d’une possibilité de cohabitation entre des forces dites “démocrates” et d’autres dites “islamiques” dans les pays “arabo-musulmans”, que la démocratie peut se faire en “terres d’islam”. Il est clair que sous ce prisme, le message reste simpliste.

Le message va même plus loin en actant qu’à travers un “printemps arabe” faisant déferler les forces islamistes au pouvoir, par voie d’élection libre et démocratique, un pays a pu, via un concept pacifique, faire dialoguer ces mouvements avec ceux étiquetés laïcs ou séculier. Le processus aurait permis de sauvegarder un modèle sociétal consacré par une constitution actant les droits universels et en balisant le chemin pour la transition démocratique du pays et l’alternance au pouvoir, quand la transition est totalement en panne dans tous les autres pays arabes ayant connu un soulèvement populaire.

L’interprétation est nécessairement tout autre sous d’autres cieux, et en particulier en Tunisie, comme dans le monde arabe. Car, au-delà du Nobel de la paix qui donne une autre dimension à la dynamique du quartet, le dialogue national promu par ces quatre organisations n’était perçu par les Tunisiens initiés qu’accessoirement comme une solution à la problématique laïcité/islamisme, il était avant tout un instrument de solution d’une crise purement politique et un point de dénouement à une problématique de pouvoir. L’apport du quartet est ainsi lu comme étant une synthèse et une sortie de conflit entre des forces se disant “légitimistes” avec la troïka sous le leadership d’Ennahdha, parti islamiste, sorti vainqueur des premières élections démocratiques du pays, et des forces se disant “démocratiques” et anti-légitimité faussée par un parti résumant la démocratie à une victoire électorale, qui reste toujours relative et ne donnant pas carte blanche à celui au pouvoir. Ces dernières forces, constituées essentiellement des partis historiques de gauche et d’un groupe faisant l’amalgame entre mouvements issus du syndicalisme, du centre gauche et des forces de l’ancien régime [devant par la suite le parti Nidaa Tounes], se sont révoltés contre un pouvoir en place resté inerte devant l’assassinat horrible de deux leaders de la gauche historique et de la gauche panarabiste, à savoir, feu Chokri Belaid et Mohamed Brahmi. Le dialogue est ainsi perçu comme étant la solution pacifique qui a évité le bain de sang à la Tunisie, voir la guerre civile. La réflexion de plus serait de dire qu’avec l’échec du dialogue entre les partis politiques, la société civile tunisienne a pu faire éviter le pire.

Maintenant, la compréhension du message du comité de Norvège par les Tunisiens, à travers le décernement du prix Nobel de la paix est autre, et ne peut être lue exclusivement sans une lecture des autres messages transmis par la communauté internationale.Personne n’est dupe et personne ne peut écarter ce message de celui transmis par les Etats Unis, partenaire stratégique de la Tunisie – y compris de l’ancien régime- au lendemain du 14 janvier 2011. La déclaration du prix Nobel rappelle ainsi le “standing ovation” du Congrès américain pour la nouvelle Tunisie post 14 janvier 2011. La déclaration du Comité de Norvège rappelle nécessairement la déclaration du Norvégien, Jens Stoltenberg, secrétaire général de l’OTAN, à la Russie par rapport à la situation Syrienne et la réaction à une éventuelle émergence d’un monde multipolaire où les grandes forces cherchent nécessairement leurs alliés.Le message devient ainsi tout autre, le prix Nobel de la paix devient une déclaration d’appartenance, que la Tunisie “Fait partie de notre camp, fait partie de l’occident” par rapport à un “autre camp” que personne ne peut identifier à l’instant présent. La Tunisie deviendrait une vitrine, un exemple à suivre, une tête de pont ?La révélation de Barack Obama qu’il accorderait à la Tunisie le statut “d’allié majeur hors-Otan” reste une formule des plus floues par rapport à une organisation basée sur le traité de l’Atlantique nord, mais dont le mandat est en plein refonte et dont la participation à l’intervention militaire en Libye restera dans les annales des sciences politiques. La Tunisie rejoint ainsi la coalition internationale contre l’Etat Islamique selon le président américain Barack Obama afin de “Contrer l’Etat Islamique et la violence extrémiste” lors d’un discours à la marge de la 70ème session de l’Assemblée Générale des Nations-Unies. Une coalition qui trouve en face une nouvelle coalition demandée par Poutine pour contrer le même Etat Islamique.

Le message du prix Nobel est ainsi aussi un message au monde arabe. Questionnée sur la portée du message au monde arabe, Kaci Kullman, Présidente du Comité Norvégien du prix Nobel, acte qu’il s’agit aussi d’un message pour les autres pays du “printemps arabe” où la solution est dans le dialogue entre les islamistes et les mouvements séculiers.Encore faut-il éclaircir ce que nous entendons par forces islamistes, est-ce les frères musulmans qui ont été pourchassés en Egypte par le régime militaire revenu au pouvoir avec un certain silence des Etats Unis qui a pourtant grandement accueilli le “printemps arabe” ou les différentes forces islamistes de toute sorte en Syrie et ailleurs, entre celles s’adossant à Al Qaida et celles de l’Etat Islamique. Comme il serait intéressant de comprendre ce qui est entendu des forces séculières et si elle englobe les leaders des anciens régimes arabes, tel un Bachar Al Assad, Président Syrien mais également Secrétaire Général du Parti Baath, Parti de la résurrection arabe et socialiste. Parti dont l’un des piliers est la laïcité à côté du nationalisme arabe.Le message qui est donc transmis au monde arabe, et aux pouvoirs en place dans ces pays, à travers ce prix Nobel décerné au quartet se résumant à “Suivez la Tunisie, Suivez l’Occident, c’est le bon chemin” est peut être clair dans son processus, mais reste flou dans ses parties prenantes, comme dans ses éventuels “ennemis”.

Pour le Tunisien quelque peu initié mais commun, qui suivrait le décernement de ce prix Nobel de la paix, il ne peut ne pas se rappeler le prix décerné à Barack Obama, à peine élu en 2009, sur une profession de foi et un espoir quant à ses “Pour ses efforts extraordinaires [éventuels ?] afin de renforcer la diplomatie internationale et la coopération entre les peuples”. Comme il ne peut ne pas se rappeler le même prix décerné à Yasser Arafat, Shimon Peres et Yitzhak Rabin, en 1994, qui consacrait les accords d’Oslo et la déclaration de principe signée à Washington en 1993 avec la fameuse “poignée de main molle”. “Accord qui ne lierait plus l’Autorité Palestinienne”, selon le Président Abbas devant toutes les enfreintes faites par Israël.>

Ines Mahjoubi  (Tunisi) : < Il Premio Nobel è necessariamente un messaggio politico, ma tutto dipende dal contesto e dagli elementi presi en considerazione per interpretarlo. Nel caso in esame, cio è la situazione politica in Tunisia; il premio è il culmine degli sforzi di due anni e, per ironia della storia, arriva il giorno dopo un (ulteriore) tentativo di assassinio a Sousse e due giorni dopo la revoca dello stato di emergenza. Il fatto di sottolineare la laicità è un modo, a mio parere, non per “denunciare”, ma almeno per mettere in evidenza i limiti dell’Islam politico, cui esercizio del potere per 3 anni in Tunisia ha portato al dibattito nazionale cui i principali portavoce sono stati premiati con il Nobel per la pace. Quindi sì, è uno strumento politico, sì, è un po’ “vuoto”, perché se dall’Occidente, vogliamo sostenere un processo di democratizzazione in un Paese, dovremmo forse prendere in considerazione l’attuazione della stessa politica in tutta la subregione o regione (penso in particolare alla Libia e all’Egitto). Per quanto riguarda la validità, penso che dobbiamo guardare oltre il tema della laicità. In effetti, la mia prima reazione è stata di pensare all’impatto di questo premio sulla vita quotidiana dei tunisini ed è chiaro che questo impatto è piuttosto nullo. Detto questo, io continuo a pensare che al di là delle considerazioni politiche, non dovrebbe essere ignorato un altro tipo di impatto: adesso il nome della Tunisia è (anche) associato a quello della pace. Mentre sullo sfondo c’è del disagio, non gioire sembra troppo cinico. In fin dei conti, è tutta una questione di immagine.>

R.Di G.: < Que pensez-vous de l’occupation par la communauté juive de la mosquée Omar?>

A.E.G. 3 (Tunisi) : <L’Etat d’Israël est une anomalie historique. Sans légitimité aucune, ni religieuse, ni nationale ni même étatique, c’est une création ex-nihilo fondée sur une contrefaçon du judaïsme traditionnel (pour preuve, la désaffection des courants juifs traditionnalistes) et l’application, à l’échelle d’un territoire, d’un vulgaire projet colonial du XIXe siècle. L’occupation de la Moquée d’Omar s’inscrit dans cette ligne tracée par les fondateurs de l’Etat d’Israël de chasser les habitants chrétiens et musulmans de Terre sainte par tous les moyens possibles, y compris le harcèlement. Les vexations subies à l’entrée de la mosquée et les visites « forcées » des dirigeants israéliens n’ont jamais manqué de produire les effets escomptés sur une population fragile, émotive, livrée à elle-même et soumise à des humiliations répétées. A mon sens, les réactions engendrées sont parfaitement connues à l’avance et ne servent qu’à mettre en place els réponse sécuritaires et discriminatoires qui ne manquent pas de suivre, inévitablement.  La dimension eschatologique de cet état de fait ne doit pas nous échapper. Pas plus que les liens étroits entretenus entre les sionistes et les sectes protestantes qui règnent sur la politique internationale aux Etats-Unis d’Amérique.>

Mohamed Madhkour 4 (Tunisi) : < Le dernier événement à la mosquée Omar ne peut être perçu que comme un constat de plus dans la légitimation d’un apartheid d’Israël sur la Palestine et les Palestiniens. Il serait grave et totalement absurde d’y voir un fait isolé de quelques “excités religieux”, ou encore un excès de zèle d’une police censée protéger ses citoyens, ou pire de mettre sur le même pied d’égalité cette même police et une population palestinienne prise en otage dans la mosquée, en parlant de cas d’affrontements entre des musulmans aux forces de l’ordre israélien. Il s’agit d’un énième crime de l’Etat Israélien où la présence du ministre Uri Ariel ne peut que confirmer une réelle politique d’Etat. Cette attaque ne peut que remettre en cause toute éventualité d’un maigre espoir d’avancement du processus de paix, où même les pays signant des traités de paix avec Israël, comme la Jordanie, sont décrédibilisés avec l’expulsion de la garde jordanienne ayant la responsabilité, par traité, de protéger le site. La question porte en elle tout simplement la réponse. Il s’agit purement d’une occupation israélienne de la Palestine, et qui plus est, une de ses places sacrées.>

Ines Mahjoubi  (Tunisi) : < Questa occupazione mi fa direttamente pensare alla ” visita ” di Sharon , nel 2000, alla Spianata delle moschee. Una provocazione che ha scatenato la seconda intifada. Tutto questo per dire che in uno stato terrorista , bellicoso e razzista , nulla accade per caso. Penso che la politica interna ed estera di Israele si basa su uno stato di guerra , sul diritto alla difesa e sulla colonizazzione. Bisogna solo trovare un innesco. Israele ha permesso di “attaccare” la parte di terra palestinese . Israele attacca ancora una volta simboli religiosi in un altro tentativo di fare di questo conflitto un conflitto religioso. Si tratta, invece, di una disputa territoriale. Ci sono coloni e colonizzati. C’è anche una impunità vergognosa e soprattutto un silenzio assordante.>

[A.E.G. (1) : Il Nobel dedica valori veicolati principalmente nel Nord Europa. Vale a dire il moralismo protestante e la sua visione laica della società e pratica religiosa che viene apprezzato quando ridotta alla sfera privata e collegato solo alla morale (negando così l’importanza del dogma e della dottrina). La validità del Premio Nobel dipende dalla sua reputazione ed è il prodotto puro di un complesso insieme di azioni patronato (Regno di Svezia), comunicazione che vanno (il prezzo è noto perché è riconosciuto e questo riconoscimento è stato istituito da zero), personale (componente minore). Quindi non vi è alcun motivo legittimo per questa consacrazione deve mettere una conchiglia qualche universalità. Era la “protestantizzazione” (formula Hubert Védrine) valori e rapporti internazionali, questo premio non avrebbero mai preso il posto che è suo.Nel caso della Tunisia, la concessione di questo premio in fondo, a mio parere, intenzione di dimostrare che la “primavera araba” era legittimo e “noi riconosciamo l’albero dai suoi frutti” La pace e la democrazia….]

[Mohamed Madhkour (2) : La specificità del premio Nobel per la Pace in relazione ad altri premi è il fatto che è il prezzo stesso, e il messaggio trasmesso con la quale il contributo esplicito alla umanità della persona, l’entità o il concetto per cui è assegnato. In questo caso, non è il contributo del concetto del dialogo nazionale tunisina quartetto che è soggetta alla riflessione, ma piuttosto la portata del messaggio trasmesso con il prezzo che è stato assegnato.Il messaggio trasmesso dal Comitato norvegese per il Nobel l’assegnazione del quartetto di pace nel dialogo, composto da partner tunisini sociali (sindacato: UGTT e datori di lavoro: Utica), la Nazionale degli Avvocati e più antichi diritti Leghe gli uomini africani e arabi (LTDH), la pena di pensare in un contesto globale più destabilizzati. Tanto più la interpretazione del messaggio differisce da una regione all’altra e un prisma a un altro.Da un punto di vista europeo, o diciamo, un punto di vista “occidentale”, il premio assegnato al quartetto del dialogo è inteso come una consacrazione della possibilità di convivenza dei cosiddetti “democratici” punti di forza e altri cosiddetti “islamico” nei paesi “arabo-musulmano”, che la democrazia può essere ottenuto mediante “terra dell’Islam”. E ‘chiaro che sotto questo prisma, il messaggio rimane semplicistico.Il messaggio va oltre attante solo attraverso una “primavera araba” di aumento delle forze islamiste al potere attraverso elezioni libere e democratiche, un paese potrebbero, attraverso un concetto di pace, un dialogo con quelle questi movimenti etichettato laico o laica. Il processo avrebbe dovuto salvare un modello di società incarnato in una Costituzione attante diritti universali e segnando la strada per la transizione del paese democratico e l’alternanza al potere, quando la transizione è completamente rotto in tutti gli altri paesi arabi che hanno subito una rivolta popolare.L’interpretazione è necessariamente altri climi, in particolare in Tunisia, come nel mondo arabo. Perché, al di là del Nobel per la Pace dà un’altra dimensione alla dinamica del quartetto, il dialogo nazionale promossa da quattro organizzazioni è stato percepito dagli addetti ai tunisini per inciso come una soluzione a problematiche laicismo / islamismo, è stato soprattutto una soluzione strumento da un punto puramente politico di crisi e un epilogo a un problema di alimentazione. Il contributo del quartetto è quindi letta come un conflitto di sintesi e di uscita tra le forze di dire “legittimisti” con la troika sotto la guida di Ennahda, il partito islamista, uscito vincitore dalle prime elezioni democratiche del paese, e le forze dicendo legittimità “democratica” e distorto dalla democrazia anti-partito che riassume una vittoria elettorale, che è sempre relativo e non dare carta bianca per quello al potere. Queste ultime forze, costituito essenzialmente degli storici partiti di sinistra e di un gruppo che la confusione tra movimenti dal sindacalismo, il centro sinistra e le forze del vecchio regime [prima di riuscire a Nidaa Tounes il partito], hanno ribellarono contro un potere dominante è rimasto inerte per l’assassinio orribile di due leader della sinistra storica e il pan-arabista di sinistra, vale a dire, Chokri Belaid fuoco e Mohamed Brahmi. Il dialogo è quindi vista come la soluzione pacifica che evitato lo spargimento di sangue in Tunisia, vedere la guerra civile. Pensare di più potrebbe essere quella di dire che con il fallimento del dialogo tra i partiti politici, la società civile tunisina è riuscita a evitare il peggio.Ora, capire il messaggio del comitato norvegese per i tunisini, attraverso l’assegnazione del premio Nobel per la pace è diverso, e può essere letto esclusivamente senza leggere gli altri messaggi inviati dalla comunità internazionale.

Nessuno si lascia ingannare e nessuno può scongiurare questo messaggio trasmesso dagli Stati Uniti, partner strategico della Tunisia – tra cui l’ex régime- dopo il 14 gennaio 2011. La dichiarazione del Premio Nobel e ricorda ” ovation “del Congresso degli Stati Uniti sta per il nuovo post la Tunisia il 14 gennaio 2011. [La dichiarazione di Norvegia necessariamente Comitato ricorda la dichiarazione da parte della Norvegia, Jens Stoltenberg, il Segretario generale della NATO, la Russia per la situazione siriana e la reazione una possibile insorgenza di un mondo multipolare in cui le grandi forze cercano necessariamente i loro alleati. Il messaggio diventa un altro, il Premio Nobel per la Pace è una dichiarazione di appartenenza, che la Tunisia “Parte del nostro campo è parte dell’Occidente” contro “l’altro lato” che nessuno può identificare al momento attuale. Tunisia diventare una vetrina, un esempio da seguire, una testa di ponte? La rivelazione di Barack Obama che avrebbe concesso la Tunisia lo status di “non-Nato maggiore alleato” una formula rimane estremamente vaga in relazione ad un’organizzazione basata sul Trattato del Nord Atlantico, ma il cui mandato è completa riprogettazione e la cui partecipazione all’intervento militare in Libia resterà negli annali della scienza politica.Tunisia si unisce alla coalizione internazionale contro lo Stato Islamico sotto US presidente Barack Obama di “Contrastare stato islamico e la violenza estremista” durante un discorso al margine della sessione 70 ° dell’Assemblea generale delle Nazioni -Unies. Una coalizione che si trova di fronte una nuova coalizione per contrastare Putin richiesto dallo stesso Stato islamico.Il messaggio del premio Nobel ed è anche un messaggio al mondo arabo. Alla domanda circa la portata del messaggio al mondo arabo, Kaci Kullman, presidente del comitato Nobel norvegese, agire è anche un messaggio per gli altri paesi della “primavera araba” in cui la soluzione è nel dialogo tra islamisti e movimenti laici.Ancora deve chiarire che cosa si intende per forze islamiste, è la Fratellanza Musulmana che sono stati perseguitati in Egitto dal regime militare tornato al potere con un certo silenzio degli Stati Uniti, che ha ancora molto apprezzato la “primavera araba” o le diverse forze islamiste di qualsiasi genere in Siria e altrove, tra appoggiato contro Al Qaeda e quelli dello Stato islamico. Poiché sarebbe interessante capire che cosa è sentito dalle forze laiche, e se include i leader dei vecchi regimi arabi, come Bashar Al Assad, il presidente siriano e anche il segretario generale del partito Baath, Partito dei socialisti Resurrezione arabo. Partito uno dei cui pilastri è il lato secolare del nazionalismo arabo.Il messaggio viene trasmesso al mondo arabo, e le potenze in atto in questi paesi, con il premio Nobel assegnato a riassumere quartetto a “seguire la Tunisia Seguire l’Occidente, questa è la strada giusta” può essere chiaro nel suo processo, ma rimane vago nei suoi interlocutori, come nelle sue potenziali “nemici”.Per il tunisino po iniziati ma comune, che avrebbe seguito l’assegnazione del Nobel per la Pace, non riesce a ricordare il premio assegnato a Barack Obama, appena eletto nel 2009 in una professione di fede e una speranza per la sua “Per i suoi straordinari sforzi [qualsiasi?] per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli.” Dal momento che non riesce a ricordare lo stesso premio a Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin nel 1994, che ha sancito gli accordi di Oslo e la Dichiarazione dei Principi firmata a Washington nel 1993, con la famosa “stretta di mano molle “. “Accordo che non legano l’Autorità palestinese”, secondo il presidente Abbas ha reso prima di tutto violata da Israele.]

[A.E.G.(3) :Lo Stato di Israele è una anomalia storica. Senza alcuna legittimità, né religiosa, né nazionale o addirittura dello Stato, si tratta di una creazione ex nihilo basato sulla violazione del giudaismo tradizionale (per la prova, la disaffezione delle correnti tradizionalisti ebrei) e l’applicazione, scala territorio, volgare progetto coloniale del XIX secolo. L’occupazione di Omar rise segue questa linea tracciata dai fondatori dello Stato di Israele di espellere i cristiani ei musulmani abitanti della Terra Santa con tutti i mezzi possibili, comprese le molestie. Il molestie subito all’ingresso della moschea e le visite “forzati” del leader israeliani non hanno mai mancato di produrre l’effetto desiderato su una popolazione fragile, emotiva, lasciata a se stessa e sottoposti a umiliazioni ripetute. A mio parere, ha causato le reazioni sono ben noti in anticipo e servono solo a stabilire els sicuri e risposta discriminatoria che abbondano seguono inevitabilmente. La dimensione escatologica di questo fatto non deve sfuggire. Né sono gli stretti legami tra i sionisti e sette protestanti che prevalgono nella politica internazionale degli Stati Uniti d’America.]

[Mohamed Madhkour (4) : L’ultimo evento alla moschea di Omar può essere vista solo come una osservazione sulla legittimità di apartheid di Israele sulla Palestina ei palestinesi. Sarebbe grave e assurdo vedere un isolato pochi “eccitato religioso”, o eccesso di zelo di una politica dovrebbe proteggere i suoi cittadini, o peggio di mettere sullo stesso piano la stessa polizia una popolazione palestinese preso in ostaggio nella moschea, parlando di casi di scontri tra forze musulmane dell’ordine israeliane. Questo è ancora un altro crimine dello Stato di Israele in cui la presenza del Ministro Uri Ariel non può che confermare una politica di stato attuale. Questo attacco può minare solo la possibilità di una speranza esiguo di avanzamento del processo di pace in cui anche i paesi firmatari trattati di pace con Israele, come la Giordania, sono screditati con l’espulsione della guardia giordano che responsabilità per trattato per proteggere il sito. La domanda porta con sé solo la risposta. Questo è puramente una occupazione israeliana della Palestina, e per di più, uno dei suoi luoghi sacri.]

The Nobel Peace Prize. Adolfo Maria Pérez Esquivel. The Nobel Peace Prize,1988.Yasser Arafat.  The Nobel Peace Prize, 1994.Barak Obama. The Nobel Peace Prize, 2009.

RAPPRESENTANTI DI QUATTRO ENTI E ASSOCIAZIONI : la Ligue tunisienne pour la défense des droits de l’homme, l’Union générale tunisienne du travail, l’Ordre national des avocats de Tunisie e l’Union tunisienne de l’industrie, du commerce et de l’artisanat. Ordine degli avvocati e la Lega Tunisina per i Diritti Umani.The Nobel Peace Prize,2015.

Si ringraziano : Fabio  Marcelli (Per la giornata studio Dir. di ricerca dell’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR) Margherita D’Andrea (Per la giornata studio Il diritto contro la guerra. Aspetti giuridici della questione palestinese) Sandro Fucito (Ass. al patrimonio e cooperazione del Comune di Napoli) Nabeel Khair (Vicepresidente Europeo della Comunità Palestinese in Italia.) Souzan Fatayer (Responsabile comunità Palestinese. Campania) Adnen el Ghali (Tunisi) (Master Enrico Mattei in Vicino e medio oriente) Ines Mahjoubi  (Tunisi)(Master Enrico Mattei in Vicino e medio oriente)

 

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